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Arte dell’arrangiarsi | Storie dal Congo

Think outside the box

Ogni qualvolta vi lamentate della vostra situazione, della crisi economica, dei problemi relativi al vostro lavoro dovete pensare a chi sta peggio. Quante volte vi hanno ripetuto questa frase? Serve? Mah. Pensare è relativo, è un’immaginare. Più che pensare a chi sta peggio, pensate a chi vive meglio in termini di felicità. Prendete esempio da loro. I congolesi intendo. Vivono una condizione di disagio economico e sociale non da poco, possiedono poche cose ma non se ne fanno un problema. La loro scala di valori mette al primo posto famiglia e tradizioni, il resto viene col tempo. E se di fronte a loro troneggia un ostacolo la loro arte nel superarlo e nell’arrangiarsi ha dell’incredibile. Riescono a crearsi un’occupazione anche dove, apparentemente, non vi sono possibilità. Non hanno un negozio? Prendono un container da Pointe Noire, lo aprono, lo murano e dipingono un’insegna. Non hanno un lavoro? Stendono una tovaglia a terra e vendono ciò che viene preparato dalla loro famiglia o quello che raccolgono dai due-tre alberi vicino casa. Un venditore, all’uscita dal nostro seminario, ci proponeva sempre pane e burro. Una tovaglietta distesa, da una parte il pane, dall’altra il burro e un coltello fra le mani. Ecco un lavoro. E come questi potrei proporvi decine di altri esempi. E se non possiedono qualcosa… lo creano. 

In Congo mancano le pentole per cucinare? 
No. 
Le hanno tutti. 
Come le fabbricano? Con un vecchio motore d’auto. 


Quello che per noi è un ammasso di ferraglia per loro è una risorsa. Inizialmente accendono un fuoco e lasciano fondere il pezzo di metallo sulle fiamme. Fra il fuoco e il pezzo di motore viene inserito un recipiente per raccogliere il metallo fuso. Giunto allo stato liquido, il metallo viene versato in delle forme di legno riempite con una sabbia compressa che ricrea la forma della pentola. La forma viene creata a mano e la precisione ha dell’incredibile.

Una volta raffreddata, la pentola è pronta per essere inserita in un tornio dove è fissata una lama che smussa, leviga e crea la forma concava dell’utensile. Anche il tornio ovviamente è improvvisato e creato con materiali recuperati come i pedali delle biciclette. Geniale. 
Inutile la retorica del “ma non è tossico?”. Bruciando ogni sorta di rifiuto per strada, utilizzando benzina rossa e olii di dubbia provenienza, ogni giorno a Brazzaville (capitale del Congo) si respirano le peggiori diossine: la tossicità di un utensile è l’ultimo dei problemi. Pentole da un motore, pane e burro sul marciapiede e un negozio-container con insegna dipinta non sono certo soluzioni riproponibili nella nostra società ma sono idee che fanno riflettere sulla capacità creativa della nostra mente. Provate anche voi a pensare fuori dai canoni stabiliti. “Think outside the box” per dirlo alla maniera giovane. 
 
 

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