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Cosa vedere a Sarajevo

A persone sensibili ed empatici occorreranno giorni per metabolizzare una visita alla città di Sarajevo. C’è chi è in grado di attraversarla con il “tour dei luoghi della guerra” segnato sul taccuino, scattando foto a palazzi e tunnel come fosse entrato al museo delle cere e chi, tornato a casa, riuscirà a malapena a raccontare quanto visto.

<<Sarajevo brucia!>>, tuonavano notiziari e quotidiani nel 1992, brucia come quei due grattacieli nella parte moderna della città. Le twin towers balcaniche che, a vederle dal vivo, mi hanno riportato con un flashback immediato ai servizi trasmessi dai telegiornali negli anni Novanta. 


Un conflitto oggi terminato che ha lasciato solchi profondi sulle facciate dei palazzi, sull’asfalto, su ponti e vie di comunicazione e negli animi delle persone. La guerra a Sarajevo è tuttora visibile e non solo su palazzi e infrastrutture. Camminando nell’antico quartiere ottomano e più in generale nella città, sarà impossibile non notare le diverse persone zoppicanti e il numero non tanto esiguo di donne, ragazzi, persone anziane senza un braccio, una mano o una gamba. È evidente che la popolazione, i palazzi, le strade, le piazze sono feriti, si percepisce che sono passati “sotto a qualcosa”. Ma c’è dell’altro… c’è bellezza a Sarajevo. C’è movimento. C’è allegria. C’è integrazione.  

Sarajevo è un melting pot di religioni e culture e visitarla fa bene all’animo. Qui chiese ortodosse, moschee, cattedrali cristiane e sinagoghe convivono a neanche cento metri di distanza. Musulmani, ortodossi e cattolici si incrociano e si salutano per le strade. Viene da chiedersi se ci si trovi di fronte ad un mondo possibile e la risposta sembrerebbe di sì, perché Sarajevo esiste ed è davanti agli occhi di tutti. Sarajevo è presente, dopotutto e nonostante tutto. Alle 16:50 e nel corso di altri appelli mattutini e serali, i muezzin cantano il loro richiamo dai minareti mentre i cattolici escono ed entrano dalle cattedrali. Di fronte alla Cattedrale del Sacro Cuore troneggia il monumento a Giovanni Paolo II e poco più avanti si trova la Moschea Ferhadija, con musulmani in preghiera rivolti verso la Mecca. Che bello il mondo visto da quassù, da questi 511 metri sopra il livello del mare puntellati dagli edifici di una capitale, antica e moderna allo stesso tempo.

Mi rendo conto che su Sarajevo potrei scrivere il classico post ad elenco su attrazioni e “cose da vedere” ma preferisco andare a braccio per impressioni e momenti, cercando di non perdere fotogrammi. 

La visita è iniziata dal Museo del Genocidio e dei Crimini contro l’Umanità. Museo cruento, terribile, con immagini e documentazioni scioccanti, per stomaci forti. Spettacolarizzazione del dolore direbbero in molti… coraggio di chi ha messo a disposizione quelle memorie, verrebbe da rispondere. Leggete e prendete atto delle storie contenute dentro ogni teca. Storie di persone comuni diventate vittime incolpevoli di violenze inaudite. Molte volte mi sono detta “no, questa testimonianza non la leggo” e invece ho letto (controvoglia) tutto, lasciando che quelle storie mi chiudessero lo stomaco. Il museo è un schiaffo ben assestato in faccia, una lezione di vita per tutti. In fondo alle sale è situata una sorta di “stanza della pace” con migliaia di messaggi lasciati dai visitatori su foglietti colorati. Perché, a quanto pare, a tanti piacciono le guerre ma una moltitudine di noi, (noi intesi come esseri umani di qualsiasi nazionalità, etnia, religione) le ripudiano… e siamo tanti, tanti popoli… nessuno escluso.

Sarajevo è stata in parte ricostruita, in parte lasciata allo stato grezzo dell’assedio e la mancata ricostruzione, in diversi quartieri, è consapevolmente volontaria, perché racconta e testimonia l’orrore, la storia di ciò che non dovrà più ripetersi. Balconi, facciate e palazzi sono in grado di parlare da soli, così come i segni lasciati dai colpi di granata sull’asfalto: le rose di Sarajevo.

Esplose durante la guerra, sono tracce di granata che sono state riempite di resina rossa: anche in questo caso per raccontare e testimoniare quanto accaduto. Non occorre cercarle, si materializzeranno da sole quando meno ve lo aspettate, come a volervi comunicare qualcosa. Cercandole di proposito probabilmente non le troverete. 

Sono tanti i musei che raccontano la guerra: il museo del genocidio, il War Childhood Museum e la Galeria 11/07/95, un’importante mostra fotografica che racconta il massacro di Srebrenica ma anche realtà minori, contenute in dimore storiche. Ma come ho già scritto, è la città intera che narra la sua storia. Il quartiere Grbavica con i balconi ancora crivellati dai proiettili ne è un esempio. Un’amara documentazione a cielo aperto. 

Vicino si trova l’arteria principale di comunicazione della città, che in tempo di guerra venne soprannominata “il viale dei cecchini” ed utilizzata dai serbi per sparare ai cittadini che tentavano di raggiungere l’aeroporto e altre vie di fuga. Le forze serbe che circondavano la città rendevano difficoltosa qualsiasi intromissione e aiuto esterno, tanto che nel 1993 vennero terminati i lavori di realizzazione di un tunnel sotterraneo (il tunnel della salvezza) che era in grado di collegare Sarajevo alla frazione periferica di Hrasnica, passando al di sotto dell’area neutrale dell’aeroporto, istituita dalle Nazioni Unite. Da questo corridoio sotterraneo circolavano viveri, medicinali, aiuti umanitari, uomini e donne comuni e politici, giornalisti e militari. Un altro frammento di storia che racconterò in un post dedicato.

C’è però un’altra Sarajevo da raccontare. Quella meravigliosa e spirituale cittadina che incanta e risplende oggi. 

Terminata la guerra, gli artigiani del Kazandžiluk, il vicolo dei calderai, hanno ripreso la loro attività ricominciando a scolpire a mano gli intarsi del bosanska kahva (il delizioso set per il caffè bosniaco composto da zuccheriera, caffettiera e tazzine) e a vendere caraffe, suppellettili, tazze sino ad amari ricordi di guerra come penne ricavate da proiettili. Se capitate da queste parti fermatevi ad ammirare le loro creazioni e soprattutto fermatevi a parlare con gli artigiani. Un pezzo di storia di Sarajevo da diffondere e preservare. 

Da Kazandžiluk ci si perde facilmente per vicoli e caravanserragli sino ad arrivare alla piazza principale dove troneggia la fontana Sebilj. Punto di ritrovo della città frequentato da turisti e allegri piccioni, è uno dei luoghi simbolo della capitale bosniaca. Attorno ad essa gravita una leggenda: chi beve la sua acqua (potabile) è destinato a tornare a Sarajevo.  

Dalla fontana Sebilj si può procedere verso nord e raggiungere Casa Srvzo, fra gli esempi di dimora ottomana meglio conservata nei Balcani. Un saliscendi di scalinate, balconi in legno e stanze con finalità e scopi ben precisi come la stanza delle riunioni (qui sotto): l’unica con affaccio diretto sulla strada, che serviva per controllare e prepararsi all’arrivo di mediatori e uomini d’affari. 

Tornando verso Sebilj si incontra un piccolo capolavoro: la Vecchia Chiesa Ortodossa, circondata da un bellissimo giardino e seminascosta alla trafficata città. Entrate per ammirarne le decorazioni e la splendida iconostasi.

Viaggiare a Sarajevo vuol dire anche tentare di conoscerla nella sua veste più intima e quotidiana, passeggiando nei parchi, ammirando il tramonto dai quartieri periferici posti sulle colline, sorseggiando un tradizionale caffè bosniaco e gustando specialità tipiche nei ristoranti che propongono cucina tradizionale. Ve ne parlerò in un racconto a parte perché questi sapori mi hanno incantato. 

Allontanandosi da Baščaršija si raggiunge il mercato (Markale). Luogo di una delle più catastrofiche stragi di massa perpetrate durante il conflitto, è oggi tornato ad essere una vivace rivendita contadina di frutta, verdura e coloratissimi fiori. 

Dirigendosi poi verso il lato opposto del fiume Miljacka, si può attraversare il Ponte Latino (luogo d’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando che innescò la miccia del primo conflitto mondiale) ed entrare nella Moschea dell’Imperatore, prima moschea costruita dopo la conquista ottomana della Bosnia, che contiene all’interno delle sue mura un cimitero con tombe di mullah, visir, sceicchi e degli stessi dipendenti dell’edificio religioso. Sarà lo stesso muezzin a introdurvi all’interno della moschea. Attenzione agli orari di apertura prestabiliti e a indossare un abbigliamento decoroso. Vi verrà chiesto di togliervi le scarpe e alle donne di coprire il capo. 

A Sarajevo non è necessario muoversi di continuo: si può anche  rimanere immobili osservando la vita che scorre. Avendo cura nel rimanere fermi noterete un altro particolare: l’attenzione degli abitanti per le piccole cose. 

La tenerezza di un signore anziano che nota un pezzo di pane per terra e, per pulire la strada, lo raccatta e corre a spezzettarlo ai piccioni, attirandoli vicino a una fontana, in modo che possano bere. La cura degli artigiani nell’impacchettare i vostri regali per parenti e persone care mentre cercano, con i loro racconti, di trasmettervi tutta la passione che hanno per il proprio lavoro. Personalmente, non dimenticherò mai una ragazza che lavora di fronte al ristorante Nanina Kuhinja, il nostro “rifugio” preferito dove siamo tornati più volte a cena. Se capitate osservatela. Ha un negozio di souvenir posto di fronte al locale e ogni sera, verso le nove, impiega circa quaranta minuti a riporre borse e ninnoli in vendita e a chiudere il negozio. Prende le borse due alla volta, presta attenzione a non lasciar niente in disordine e ripone tutto con dedizione e cura. Per quaranta minuti filati.

La guerra ha seminato terrore e coraggio, debolezza e forza, morte e rinascita. Sarajevo è un fiore che sta nuovamente tornando a sbocciare, tra lentezze e difficoltà ma con una incredibile forza e dedizione. Abbiate cura di visitarla con l’attenzione che merita. 

Altri luoghi da vedere a Sarajevo: la Biblioteca Nazionale ed Universitaria della Bosnia-Erzegovina 


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Tutti i Commenti

  • Uno dei più bei post letti negli ultimi tempi. Mi hai trasportato in questa città che non conoscevo e hai reso perfettamente la presenza pesante della guerra che convive con la voglia di andare avanti. Essendo da poco stato ad Istanbul, me la ricorda tantissimo: caffé, moschee, i fiori e la frutta e verdura in giro. E pensare che abbiamo avuto per anni questa guerra a due passi da casa e sentivamo le notizie al tg.

    Fabio

    Anna Luisa e Fabio 7 Giugno 2019 15:01 Rispondi
  • Ti ringrazio di cuore. Sarajevo ha un'anima meravigliosa ed è molto più di queste poche righe.

    Viaggiare Oltre 18 Giugno 2019 21:05 Rispondi

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