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Cosa vedere a Caccamo

 

In viaggio parto con molti appunti e una tasca vuota da riempire con l’improvvisazione. Non programmo itinerari al minuto o al secondo perché mi piace afferrare sassi lungo la strada e aggiungerli all’esperienza in divenire. Voglio essere libera di andar per consigli, seguire dritte da persone date in loco o, come in questo caso, notare il buffo nome di una località su Maps e raggiungerlo. Caccamo. 

Cosa ci sarà da vedere a Caccamo?”, penso. Continuo a sorseggiare il caffellatte sul tavolino montato in campeggio a Cefalù e poco dopo chiedo a Nicola se è interessato a raggiungere la località. 

<< Pare sia su un’altura, ti va se andiamo a scattare qualche foto?>>

<< Perché no? Andiamo!>>.

Si trova sulle medesima direttiva per Palermo, se non contiamo una deviazione da Termini Imerese. Arriviamo e parcheggiamo l’auto di fronte a un bar e quattro anziani. Fissano meticolosamente le manovre di accostamento come qualsiasi abitante dei piccoli centri. Sembrano quasi indecisi se fissare noi o i muratori del palazzo di fronte. Problemi da Umarell di borgo. 

<< Si può parcheggiare qui?>>

<< Certo che si può parcheggiare!>>.

Le vie sono calde e assolate. L’orologio segna le nove e mezza del mattino ma lasciata la strada principale e saliti su per i vicoli troviamo frescura.

<< Partiamo dal castello prima che si alzi la luce del mezzogiorno?>>

<< Ci sto>>

<< Ma buongiorno!>>, sentiamo dire poco più avanti. La voce sembra provenire da una casa e troviamo una faccia curiosa che ci osserva da una porta. 

<< Buongiorno a lei!>>

<< Siete in visita al borgo?>>

<< Sì>>

<< Venite su da me, vi mostro l’itinerario!>>

Ci affacciamo dalla strada e vediamo una sala gremita di brochures, quadri, tavolate cosparse di pubblicazioni, stand con souvenir e prodotti tipici. 

<< Mi sono occupato di turismo e valorizzazione del borgo di Caccamo per una vita intera… e lo faccio ancora adesso! Per alcuni anni ho servito il Comune come assessore alla cultura e quest’anno il Sindaco mi ha nominato Ambasciatore del turismo della città di Caccamo. Vorrei darvi alcuni suggerimenti se me lo permettete>>. 

<< Certamente, anzi grazie di averci fermato!>>.

<< State andando al castello?>>

<< Sì>>, rispondiamo.

<< Allora vi darò solo un assaggio. Andate in visita al castello e quando tornate per la restante parte delle attrazioni di Caccamo vi accompagno io, se volete>>.

Si chiama Giovanni, avrà una settantina d’anni e comincia a raccontarci la storia del suo borgo, di dove è nato, delle chiavi della chiesa che aveva da piccolo perché il prete lo trovava troppe volte a giocare per strada in mezzo a auto e furgoni. Un vero personaggio del borgo, nato e cresciuto fra questi vicoli.

<< Continuerò la storia più tardi. Ora andate a visitare il castello>>. Lo salutiamo e sotto sotto ci dispiace non averlo già con noi ma ne comprendiamo il motivo cominciando a salire le ripide gradinate. Scopro che il castello di Caccamo è annoverato fra i castelli normanni meglio conservati d’Italia. Adornato da muraglioni merlati e datato XII secolo conta una sala delle armi, celle carcerarie dove sono ancora presenti catenacci e pitture murarie realizzate dai detenuti, il piano nobile con soffitti lignei e splendide pavimentazioni maiolicate (foto sul mio profilo Instagram) e una terrazza panoramica affacciata sulla splendida vallata e sul Lago di Rosamarina, il più grande bacino artificiale della Sicilia. 

Appartenuto alle più potenti famiglie nobiliari siciliane (Chiaramonte, Prades, sino agli Amato e ai De Spuches), dal 1963 è stato ceduto alla Regione Sicilia che lo ha restaurato e aperto al pubblico. Come ogni castello che si rispetti possiede il suo fantasma: si narra infatti che nelle notti di luna piena una monaca vestita di bianco sfidi i passanti a mangiare un melograno senza toccarlo e senza far cadere i chicchi per terra: chi riuscirà nell’impresa riceverà come premio un grande tesoro. 

Terminata la visita al castello torniamo a chiamare il signor Giovanni.

<< Mi fa piacere che mi abbiate richiamato>>, risponde << Di solito lascio che siano i turisti a suonarmi dopo la visita al castello. Se continuano per la loro strada o cambiano direzione la interpreto così: o vanno di fretta o io sono di troppo… ma non me la prendo. Venite, vi porto ad assaggiare una specialità>>. Entriamo in un bar pasticceria e i baristi lo salutano.

<< Date a questi ragazzi un tarallo di Carnevale >>. Si tratta di una deliziosa ciambella riempita con ricotta e chicchi di cioccolato e spolverata con zucchero e cannella. Ci racconta poi dei prodotti gastronomici tipici, dai dolci alle salsicce, cui è dedicata una sagra in autunno. Poco dopo ci accompagna alla Chiesa di San Benedetto alla Badia, quella di cui aveva le chiavi da bambino. 

<< La prima volta che vi entrai portai dei giochi… poi guardai il pavimento e persero di significato. Guardai le maioliche e qualcosa da quel momento mi si accese. Andavano protette. In tutti i modi possibili. Pochi anni dopo, mi misi a studiarle una per una, ci trascorrevo le giornate e, come insegnato dalle vecchie monache che abitavano nella badia, vietavo ai paesani di entrare con le scarpe. O se le toglievano o niente, mi paravo davanti! E come mi arrabbiavo!>>.

Entriamo e guardiamo la pavimentazione. Ne rimaniamo esterrefatti. Migliaia di maioliche che creano splendidi mosaici che corrono lungo l’intera chiesa. Senza contare l’altare in legno rivestito in lamina dorata, la cancellata in ferro battuto che va dalla balaustra del matroneo sino alla volta della chiesa, gli affreschi e gli stucchi di scuola serpottiana.

<< Mi piace pensare che queste maioliche le ho salvate pure un po’ io >>, ci racconta ed è contento che da poco, per camminare all’interno della badia sia stata posta una passerella in vetro. Seguendo il percorso si iniziano a vedere i disegni creati sulle maioliche il più suggestivo dei quali è un grande veliero che naviga in mezzo alla tempesta, metafora della Chiesa in perenne lotta contro il male. Vi sono poi raffigurazioni di vita agreste, uccelli e altri animali, figure seminude in movimento e tramonti. Un piacere scoprirli passo dopo passo. L’intera pavimentazione pare sia attribuita a Nicolò Sarzana, conosciuto come il “mattonaro di Palermo” (1700-1786). Su una delle mattonelle che vi sfido a trovare (buona caccia) è ritratto il volto di una monaca. Secondo la leggenda potrebbe trattarsi del volto di Suor Felicia e del punto dove sono conservati i suoi resti. Figura molto amata nella città di Caccamo, Suor Felicia fu una monaca che prese i voti all’età di 14 anni contro la volontà dei suoi cari e alla quale apparve la Madonna che la guarì da un terribile tumore al palato toccandola sulla guancia.

<< Alzate gli occhi sulla volta centrale >> ci esorta poi il nostro cantastorie  << guardate l’affresco del Trionfo di San Benedetto e dell’Assunta! A seconda di dove lo guardate, sembrerà che i personaggi escano fuori dal dipinto e questo gioco prospettico è dovuto a un geniale artificio del pittore Antonio Petrigna. Vedete il soldato? Per aumentare il gioco tridimensionale la gamba e la parte terminale della lancia sono state realizzate con lo stucco e poi dipinte in modo che non si vedesse il confine visivo fra pittura e scultura >>. 

Dalla volta centrale si sposta poi ai lati dell’abside mostrandoci le finestre retate dove le monache potevano seguire le funzioni e ricevere offerte come vestiti e indumenti utilizzando la “ruota” posta sull’altare maggiore e ci fa spostare in angoli strategici per scattare buone foto.

<< Il mio compito è finito>> continua Giovanni <<Vi rimangono i vicoli del borgo. Vorrei tanto portarvi nel Duomo di San Giorgio ma in questo momento c’è un battesimo e non si può visitare nella sua interezza. Ma potete entrare e fare capolino, se volete>>. Ci accontentiamo di rimanere sulla porta ammirando la chiesa a tre navate e a croce latina con gli splendidi affreschi su toni azzurrini. Barocco e Rinascimento siciliano in tutto il loro splendore. 

La bellezza del Duomo è poi accompagnata dalla soave voce di una ragazza, soprano del paese, intenta a cantare le lodi. 

<< Ah, lei è il nostro vanto>>, ci racconta una volta usciti. 

Sono sopraggiunti i tempi dei saluti. Soppeso la tasca vuota, quella che mi aspetto di riempire a ogni viaggio con preziosi incontri e momenti nati dal caso. La trovo abbondante, piena. Piena di persone, di racconti unici e della bellezza di appena uno fra le centinaia di migliaia dei  paesi che, come stelle luminose, riempiono il cielo del nostro Stivale. A Giovanni spiego che ho un sito dove racconto i miei viaggi. 

<< Ohh, allora la prego, parli di Caccamo! Divulghi quello che ho raccontato!>>.

Certo che lo farò. L’ho fatto. Ecco qua Signor Giovanni. Se ho omesso qualcosa mi perdoni ma sa, non posso dilungarmi. I soliti problemi e tempi di chi scrive sul web. 

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