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Di Barcellona, della paura di viaggiare | Pagine Sparse

Viaggio di maturità. Avevo scelto la destinazione due anni prima del diploma. 

“Barcellona. Se riesco, vado a Barcellona” 

Sapevo che mi avrebbe colpito in maniera esponenziale. Gaudì, le Ramblas, i milioni di divertimenti, i musei, i locali aperti a tutte le ore del giorno. Mi divertii come non mai e, dopo due settimane trascorse tra Barça e Lloret de Mar (perché a diciotto anni dici sì ai musei ma anche all’andare a ballare), la salutai con enorme tristezza. Mano poggiata sul finestrino, lacrime agli occhi, sguardo perso sugli ultimi palazzi che sfilavano veloci sull’Avinguda Diagonal.

“Tornerò”

E Barcellona è rimasta in attesa, accogliendomi ogni volta come una di casa. Perché è così che mi sento a Barcellona: a casa. Mi sento parte di un gigantesco parco dei divertimenti, di un luogo che non sta mai fermo e che dà l’idea di non essere mai scoperto fino in fondo. Sono tornata da lei quattro volte e, nonostante conosca le strade a memoria e mi sposti senza bisogno di cartina, sento di non conoscerla ancora appieno.

L’ultima volta sono partita assieme a Nicola, Lodovica, Ghigo e ai libri di Zafòn. Volevo avere una visione diversa della città, più oscura e misteriosa, ispirata alle storie di Sempere e figli. Scrissi l’itinerario ispirato al libro su un foglietto e lo ripiegai nel taschino della borsa. Faccio sempre così: abitudine mai persa quella del foglietto volante, nonostante viva con lo smartphone perennemente in mano. I libri di Zafòn raccontano di sparizioni, assassini, pericolosi inseguimenti ma, anche nella più delirante delle fantasie, non avrei mai immaginato Barcellona come bersaglio di un attentato terroristico. Al massimo, pochi anni fa, potevo immaginare un pazzo che investe passanti con un furgone come personaggio chiave di un nuovo capitolo della saga, mai come dramma esploso nella realtà.

Potevo essere lì, far parte delle vittime. Considerazione fatta da una buona fetta di italiani, ne sono sicura. Sono andata a vedere le ultime foto scattate a Barcellona. Partii proprio in questo periodo, il 19 agosto ero sulle Ramblas. Eravamo lì tutti e quattro. Io, Nicola, sua sorella e il suo fidanzato. Passeggiavamo senza la minima preoccupazione verso le destinazioni segnate su quel foglietto.

Inutile dire che sono sconvolta. Per le vittime, le loro famiglie, le coppie in viaggio, per i giovanissimi, per tutto quello che per loro (e per me) rappresenta Barcellona: una città catalana giovane, allegra, giocosa, piena di vita. Tuttavia, sarei solo un’ipocrita a relegare il dramma della violenza alle sole città che entrano tristemente a far parte dell’hashtag #jesuis. Dalla Corea del Nord al Sudan, dagli States all’India, è un susseguirsi di uccisioni, drammi, dittature, violenze, genocidi. Viviamo in un mondo cruento, anche se crediamo di vivere in zone totalmente sane e sicure.

Gli attentati terroristici perpetrati dall’Isis o da chi ne fa le veci, fanno leva sulle nostre paure, ci spaventano perché distruggono la realtà circostante, la certezza di vivere in un Continente protetto da eserciti e forze dell’ordine. Gli attentati accecano la voglia di aprirsi al mondo e di compiere la più semplice delle azioni: spostarsi. Quando colpiscono ciò che amiamo e feriscono una realtà molto vicina alla nostra rimaniamo atterriti e sgomenti. Proviamo dolore per le famiglie coinvolte, paura per noi stessi e per i nostri cari. Tuttavia, a parer mio, siamo solo dei folli se crediamo di evitare i drammi del mondo o, peggio ancora, gli ostacoli della vita rinchiudendosi in casa, aspettando che tutto finisca. Anche perché, a pensarci bene, non siamo al sicuro neanche qui. Qualsiasi città, monumento, spiaggia, piazza principale può diventare un bersaglio. Cambrils ne è un altro doloroso esempio.

Ci vuole coraggio oggi a essere cittadini del mondo, questo è certo, ma preferisco viaggiare e non darla vinta a chi intende fermarmi. Preferisco partire all’avventura, gioire, esplorare e ammirare la bellezza del mondo… perché c’è, esiste ed è grandiosa. Forse sbaglierò ma credo sia un modo di vivere la vita nel rispetto di chi l’ha irrimediabilmente perduta.

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