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Diari di viaggio: Italia-Cina su un portacontainer

La mia nave

Prendete un ragazzotto di 18 anni immaturo e un pò mammone, mandatelo per due mesi a bordo di una nave portacontainer a zonzo tra Cina e Medio Oriente e al ritorno ritroverete un adulto. Almeno, questo è quello che è successo a me nella calda estate del 2000. Era primavera e stavo portando a termine, non senza le mie solite difficoltà, il quarto anno di superiori all’Istituto Nautico di Livorno. Mio padre, accordandosi con mio nonno che aveva lavorato una vita come agente per una famosa compagnia marittima italiana, mi propose di imbarcarmi nel periodo estivo come mozzo su un portacointainer diretto in Cina. Il viaggio prevedeva la partenza da Gioia Tauro in Calabria, l’attraversamento del Canale di Suez, navigazione oceanica fino a Singapore, poi Kaohsiung (Taiwan), Hong Kong, Shanghai, Ningbo e Yangtian.

Fino a quel giorno il viaggio era sempre stato per me sinonimo di vacanza e divertimento e per la prima volta ebbi la sensazione di esser messo davanti ad una scelta determinante per il mio futuro. La mia testa da diciottenne doveva fare un notevole sforzo per concepire quest’esperienza come un’opportunità di arricchimento, cosa che la mia famiglia tentava di spiegarmi in tutte le salse! Sebbene nutrissi già un grande amore per i viaggi e per il mare ricordo che rimasi a lungo tempo interdetto di fronte a questa proposta e non nascondo che finii per accettare più per non dare un dispiacere a mio padre che per convinzione personale; si parlava pur sempre di trascorrere due mesi a bordo di una nave in qualità di mozzo, condividendo tempi e spazi con altri 21 membri di equipaggio con abitudini e culture diverse dalla mia. Il 14 giugno del 2000 accompagnato da mio padre raggiunsi in aereo Gioia Tauro e là mi imbarcai per quella che sarebbe stata la più grande avventura della mia vita. Ricordo ancora le emozioni e il nodo in gola della prima mattina quando mollammo gli ormeggi e, attraverso lo Stretto di Messina, ci abbandonammo al mare aperto. Legai ben presto un rapporto d’amicizia con l’allievo ufficiale, un ragazzo poco più grande di me con il quale passavo le ore a tingere e a fare punti nave e carteggio in plancia di comando. Quando andavo in plancia era una vera emozione: era il ponte più alto di tutta la nave e da lassù tutto aveva un altro aspetto, più imponente, più esteso. Si percepiva nettamente la piccolezza della nostra “grande nave” rispetto al resto del mondo. Leggo dal diario di quei giorni: 

“Stamani, appena sveglio, mi sono sentito profondamente spaesato. Sento già una forte nostalgia di casa e della mia famiglia. Il lavoro di bordo e le manovre scandiscono la giornata e questo, insieme alla voglia di visitare posti mai visti, mi dà una grande carica.” 

La nave e il mare

I primi contatti in terra straniera li ho avuti a Port Said (Egitto) prima di imboccare il Canale di Suez. Per attraversare il canale infatti è necessario l’ausilio dei Piloti del porto, esperti conoscitori di fondali e profondità marine. Di fronte a Port Said demmo fondo alle ancore e ammainammo lo scalandrone laterale della nave dal quale salirono gli agenti marittimi, gli ispettori e i Piloti, tutti giunti sotto bordo con le proprie imbarcazioni. Ricordo che mi colpì molto vedere uno dei Piloti andare a prua della propria imbarcazione, sfilarsi i sandali e inginocchiarsi verso la Mecca per pregare. Tutto questo avvenne sulla loro piccola barca accostata alla nostra nave, al buio e con mare agitato. Questo evento mi fece riflettere su quanto i musulmani vivano più intensamente la religione rispetto a noi cristiani che, nella maggior parte dei casi, ci ricordiamo del nostro Dio due volte all’anno, a Pasqua e a Natale. Percorrendo il Canale di Suez in direzione sud fu un vero spettacolo poter vedere alla nostra sinistra l’enorme distesa del Deserto del Sinai che si protendeva fino alle sponde del canale e alla nostra destra un continuo susseguirsi di villaggi egiziani e semplici persone in tunica intente a lavorare la terra.

Canale di Suez
Deserto del Sinai

 Era il mio primo grande viaggio da solo e, da impacciato diciottenne, ogni cosa mi colpiva in maniera esponenziale.

“Ormai, dopo sei giorni a bordo, mi sono ambientato bene. Sia nelle ore libere del giorno che alla sera guardo il mare e provo sensazioni indescrivibili. Sento che sto veramente lasciando il mio mondo e annuso già nell’aria il profumo di terra straniera. Il mare stesso è completamente diverso dal nostro: da noi nelle zone di alto fondale è blu scuro; qua invece, pur essendoci più di 3000m di profondità ha un colore unico che definirei fra il celeste intenso e il cobalto”.

Dopo alcune ore di navigazione attraversammo il Grande Lago Amaro. Questo lago salato naturale separa il tratto nord dal tratto sud del Canale di Suez e lì si incontrano le correnti settentrionali provenienti dal Mediterraneo con le correnti meridionali provenienti dal Mar Rosso. Superato il lago uscimmo dal Canale di Suez e, navigando nel Mar Rosso, raggiungemmo finalmente l’Oceano Indiano

Il Grande Lago Amaro visto dallo spazio
Un agitato Oceano Indiano


Qua ci trovammo a transitare a nord dell’Isola di Socotra, un paradiso naturale ancora intatto ed incontaminato dotato di un enorme varietà di flora e fauna. La scarsità di strutture ricettive e la vicinanza allo Yemen, ritenuto dalla collettività un Paese poco sicuro, ha tutelato quest’isola dalle grande invasioni turistiche in favore di un piccolo turismo più responsabile costituito perlopiù da appassionati di trekking naturalistico e subacquei. 

Isola di Socotra

Navigammo per diversi giorni nell’Oceano Indiano senza vedere terra fino a raggiungere il famigerato Stretto della Malacca. Lo stretto è stato da sempre un importante snodo di commercio fra India e Cina ed è tuttora un luogo pericoloso a causa degli attacchi di pirateria. Ogni nave che si trova ad attraversarlo deve obbligatoriamente adottare delle misure di prevenzione. Pompe d’acqua azionate 24 ore su 24, luci di bordo perennemente accese, i turni di guardia devono essere continuativi e intorno all’imbarcazione deve essere teso il filo spinato.

Lavori a bordo
Pischello a bordo!

Dopo 24 ore di lavoro non stop uscimmo finalmente dallo Stretto e arrivammo a Singapore, 17 giorni dopo la nostra partenza da Gioia Tauro. Qua, con l’allievo ufficiale ed altro personale dell’equipaggio scendemmo a terra. Singapore è una città di grattacieli e grandi palazzi di vetro, moderna e dai ritmi frenetici. Uno dei quartieri più vivi della città è il Pagadan, ricco di negozi, alberghi e locali. Nella parte settentrionale dell’isola si trova Chinatown, dove vi suggerisco di visitare il Tempio del Mare e il Tempio della Felicità Celeste. Singapore è inoltre porto franco e si riescono a concludere acquisti a prezzi molto vantaggiosi. La sera rientrammo di nuovo a bordo pronti alla partenza per far rotta nel porto di Kaohsiung (Taiwan). Anche qua ebbi la possibilità di scendere a terra per far visita alla città

Chinatown - Singapore
Fine prima parte 

 

Tutti i Commenti

  • Un Viaggio con la V maiuscola e un'esperienza di vita in un colpo solo!…complimenti! 🙂

    Crinviaggio 18 Aprile 2013 11:06 Rispondi
  • Ti ringrazio, tornando indietro ripeterei questo viaggio senza esitare! Quando mi sono trovato davanti il Canale di Suez e successivamente la Cina ho ringraziato e ri-ringraziato i miei genitori e la loro insistenza!

    Nicola 18 Aprile 2013 11:27 Rispondi
  • complimenti

    Unknown 29 Novembre 2015 15:21 Rispondi
  • Ti ringrazio Samuele, a diciotto anni non è stato facile comprendere i motivi, l'insistenza dei miei genitori e il perché di questo viaggio… credevo fossero impazziti! Con il senno di poi ho capito ed è stata una grande lezione di vita.

    Nicola 1 Dicembre 2015 12:40 Rispondi

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